Blackwater Park degli Opeth compie 20 anni. Parliamone.
di Giovanni Bredo
Guardando la lista di album Metal usciti nel 2001 mi sono reso conto di quanto strano fosse questo anno rispetto a quelli che lo hanno preceduto. Si comincia a notare in maniera molto chiara la perdita di potenza delle scelte che avevano portato il Metal, dalla fine degli anni '80 e nel corso di tutti gli anni '90, ad un imbastardimento e ad una sperimentazione coatta con tutto quando fosse musicalmente in circolazione. Un processo che ha portato alle forme più estreme e allo stesso tempo ''soffici'' del genere musicale più estremo che ci sia.
Ma proprio nel momento in cui la scena Metal in generale era dominata da gente come i Linkin Park e i Limp Bizkit, forti di due album giganteschi ancora in circolazione quali Hybrid Theory e Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water, una delle punte di diamante del Death Metal ha buttato fuori uno dei dischi migliori del genere, qualcosa di una freschezza compositiva ancora oggi incredibile per gli anni in cui è uscito.
Blackwater Park degli Opeth, compie 20 anni oggi. Parliamone.
La ricetta che sta alla base dell'album è abbastanza facile da capire: una sezione ritmica cattiva, complessa ma anche capace di arrangiamenti melodici e delicati, cantato in Growl roco ma capace di passaggi in Clean accoglienti, fasi Ambient a metà canzone nelle quali poi dirompono i suddetti riff cattivi. Un continuo accostarsi di opposti inusuale per un genere come il Death Metal nel quale è tutto sparato a mille, ma questo è il gioco a cui giocano gli Opeth e soprattutto la mente, voce e chitarra dietro al progetto, Mikael Åkerfeldt. Blackwater Park sa essere una specie di media ponderata di quanto fatto nei due album precedenti del gruppo, il pesante e cupo My Arms, Your Hearse e il più melodico e ''acustico'' Still Life. Detto questo, l'album sa avere una sua identità proprio grazie alla struttura descritta in precedenza, e pezzi come ''The Leper Affinity'', ''The Funeral Portrait'' e la title track ''Blackwater Park'' sono eccellenti. Soprattutto la title track, pezzo di cui mi sono innamorato al primo colpo e che ascoltavo in continuazione la mattina prima di andare al lavoro proprio grazie a quell'intro da headbanging violento.
La maggior parte dell'album si tiene su una struttura ''Loud-Quiet-Loud'' (scusate l'anglicismo, non mi viene in mente la traduzione in italiano), ma pezzi come ''Dirge For November'' seguono invece una struttura opposta, la celebre ''Quiet-Loud-Quiet'' tanto cara a gente come i Nirvana e gli Smashing Pumpkins, tipica dell'Alternative Rock anni '90. Cosa ci fa in un disco Death Metal? La risposta sta nella produzione del disco, affidata a Steven Wilson: la mente dietro i Porcupine Tree. Ammetto di non essere particolarmente ferrato al riguardo, e nella seconda parte dell'articolo troverete informazioni molto più dettagliate, ma si sente l'influenza del cantante britannico e del suo modo di fare un Rock sperimentale e capace di creare un'atmosfera cupa e malinconica (consiglio caldamente, per farvi un'idea, l'ascolto di The Raven That Refused to Sing, bellissimo album). L'esempio di Blackwater Park sarà decisivo per gli Opeth, e per molti fan è il culmine della prima fase della loro carriera, un album che ha definito il resto dei loro dischi Death Metal. Buona parte del loro album del 2005 Ghost Reveries, per esempio, è un tentativo di ricatturare la magia di Blackwater Park, a partire da canzoni meravigliose come ''Ghost of Perdition'' e ''Reverie/Harlequin Forest''.
C'è un pezzo, infine, che sembra completamente distaccato dagli altri, ''Harvest''. Molto diverso dagli altri, completamente in Clean, è forse il pezzo che più ha piantato i semi per il futuro della band. Il 2021 sarebbe un anno di doppi anniversari per gli Opeth: i 20 anni del punto più alto della loro carriera e i 10 anni del loro album più controverso, quell'Heritage che spaccò critica e pubblico nel 2011 sancendo un passaggio al Prog Rock che continua ancora oggi. Gli Opeth sono ancora la creatura di Mikael Åkerfeldt, e mi sento di annoverarli pienamente tra quei gruppi che compongono le forme più accessibili di Death Metal in circolazione assieme agli In Flames, gli Arch Enemy e i Children of Bodom, ma questa seconda fase della band è ancora, a distanza di anni, qualcosa di difficile da analizzare.
Ma questa è una storia per un altro anniversario.
Brani Consigliati: ''The Leper Affinity'', ''Blackwater Park'', ''The Funeral Portrait'', ''Dirge For November''.
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di Marco Palatella
È impossibile, per chi gira anche non molto frequentemente e in maniera non così approfondita in ambienti Metal, non aver mai sentito parlare degli Opeth, un gruppo che, nonostante il genere un po’ ostico a chi non è abituato a musica non così semplice ed immediata (si parla di Progressive Metal dalle forti tinte Death, almeno fino a Ghost Reveries), è riuscito a guadagnarsi una buona fama, riuscendo quasi ad essere annoverati tra i “big” del macrogenere. Fama, questa, che è arrivata anche e soprattutto con l’uscita di Blackwater Park, nel 2001, che segna la consacrazione del gruppo a un pubblico decisamente più grande di quello a cui erano abituati. Si è detto tantissimo riguardo a questo disco, impossibile che non salti fuori in una discussione sugli Opeth, per molti è il loro capolavoro, per altri è sopravvalutato, per altri ancora rappresenta in un certo senso “l’inizio della fine”, dato che di lì a poco la band abbandonerà sempre di più il suo lato più aggressivo in favore di un Progressive Rock che strizza un po’ troppo l’occhio ai fasti degli anni 70. Ma quindi, cosa rappresenta davvero Blackwater Park? Ebbene, se è vero che sono pronto a questionare sul fatto che sia il loro disco migliore, anche se comunque occupa i gradini più alti del mio podio personale, dopo Morningrise e Still Life, una cosa è certa: è sicuramente il loro disco più completo, poiché è la commistione più equilibrata delle due anime che da sempre hanno caratterizzato gli Opeth, quella più tetra e cupa e quella più dolce e malinconica, che in questo disco mostrano i loro lati più appetibili, ed è proprio per questo che spesso viene consigliato a chi si approccia agli Opeth per la prima volta; generalmente se non ti piace quello, è difficile che ti piaccia il resto della discografia.
Ho menzionato prima che per molti questo disco è un po’ “l’inizio della fine” nella carriera degli Opeth; tralasciando l’accezione un po’ troppo catastrofica di questa espressione, ciò che è evidente è che, almeno all’interno della discografia del gruppo, Blackwater Park rappresenta un punto di svolta, per svariati motivi. Il primo riguarda l’aspetto chitarristico: in Blackwater Park viene ultimato il processo, già iniziato in parte con My Arms, Your Hearse e continuato con Still Life, che vede le linee di chitarra trasformarsi da un uso massiccio della doppia voce, di chiara ispirazione Iron Maiden, che nei primi due dischi dava quel tocco più Black Metal che purtroppo è andato perso col tempo, a riff che sfruttano di più i bassi, e che quindi risultano più martellanti e a tratti sincopati, più in stile Death Metal, alternati a un maggiore uso di progressioni di accordi pieni; il risultato è che questo disco contiene alcune delle parti di chitarra più belle e iconiche della discografia degli Opeth: come non farsi coinvolgere dal cattivissimo riff iniziale di ''The Leper Affinity'', o dalla parte centrale della title track, o come non emozionarsi di fronte alla progressione di accordi iniziale di ''The Drapery Falls''?
Il secondo motivo è che Blackwater Park vede nella sua realizzazione la nascita di un’amicizia che diventerà cruciale per la carriera successiva degli Opeth: quella con Steven Wilson, frontman dei Porcupine Tree (che guarda caso subiranno l’influenza, seppur leggera, degli Opeth nel loro disco In Absentia del 2002), che collaborerà alla registrazione di questo e di altri dischi degli Opeth, dando il suo contributo nelle cosiddette telephone voices, e facendo sembrare l’impostazione vocale di Mikael Åkerfeldt, cantante e chitarrista degli Opeth, molto simile alla sua nelle clean vocals; il contributo di Steven Wilson è visibile anche nel songwriting, anche se diventerà più consistente con il disco successivo, Damnation (quasi interamente senza chitarre distorte), di cui si vedono già alcune anticipazioni, le più evidenti in ''Harvest''.
Il terzo aspetto, che è quello che a mio parere ha decretato maggiormente il successo di questo disco, è che in Blackwater Park convivono due caratteristiche che in ambito Progressive sembrano difficilmente conciliabili: accanto a un songwriting che qui forse raggiunge il suo picco di maturità artistica, sono presenti linee melodiche di voce e chitarra spiccatamente catchy e “orecchiabili” (sempre nei limiti di quanto il Metal possa permettere), che entrano molto facilmente nella testa dell’ascoltatore già dopo un primo ascolto, come ad esempio le parti vocali in pulito di ''The Drapery Falls'' e di ''Harvest'', o il riff iniziale di ''The Funeral Portrait''; il tutto non risulta assolutamente stonato, ma, anzi, è ben amalgamato nel contesto del disco.
Menzione speciale, poi, meritano le harsh vocals di Mikael Åkerfeldt, che personalmente ritengo che abbia uno dei growl più belli di tutta la scena Metal, e che qui raggiunge il suo picco: si tratta di un growl molto basso, profondo, potente e caldo, caratteristiche che lo rendono molto equilibrato e facile da sopportare anche per chi fatica ad apprezzare questo tipo di cantato.
In conclusione, Blackwater Park non sarà certo un disco groundbreaking, ma rappresenta in un certo modo il picco della carriera di un gruppo come gli Opeth, che non ha mai avuto le pretese di cambiare le sorti della musica, ma si è sempre distinto, almeno all’interno del genere, per la sua personalità e per la capacità di creare atmosfere cupe e desolate in maniera molto personale e introspettiva e in un genere che non necessariamente lo richiede; non è il mio disco preferito degli Opeth, ma capisco perfettamente chi lo considera il loro capolavoro, e sicuramente, pur non facendo dell‘originalità il suo forte, per quello che rappresenta merita di essere considerato un “classico”, e ritengo sia giusto festeggiarne il suo ventesimo anniversario.



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