The King of Limbs dei Radiohead compie 10 anni. Parliamone.

Premessa. Forse non sono la persona giusta per parlare di questo album. 

Mi piacciono i Radiohead. Davvero. Concordo pienamente con chi li acclama, sono anche io uno di quelli che se dovesse dire quale è l'album più bello di sempre probabilmente citerebbe OK Computer o Kid A. E se mi chiedessero quale è il mio album preferito dei Radiohead, direi senza alcun dubbio The Bends (''Just'' e ''Fake Plastic Trees'' sono capolavori). Dunque è con questo mindset che pronuncio le seguenti parole.

The King of Limbs è un po'una delusione, diciamocelo.

Nel 2011 proprio questo album, che compie 10 anni oggi, era uno degli eventi musicali dell'anno. Il grande ritorno dei Radiohead dopo quattro anni, con un album per cui la critica stava dando di matto, con Rolling Stone che sembrava celebrasse un miracolo divino. 

Un album che io ho dunque balzato in lungo. Ero un pischello di 14 anni che aveva a malapena scoperto gli Slipknot, cosa volete da me?

Con il passare degli anni, non ho mai pensato di essermi perso chissà che gran cosa, visto che anche i fan dei Radiohead a quanto pare non vedono di buon occhio The King of Limbs. Ma perché?

Non me la sento di dare la colpa alla differenza sostanziale nel suono della band, che è passata dall'Alternative Rock alle derive Indie/Shoegaze/Noise di Kid A e Amnesiac e poi sempre più verso il Noise e l'Elettronica a quanto pare: in primis perché è un'evoluzione che ci sta e rientra nelle corde della band, e soprattutto che segue una coerenza già stabilita con i loro album precedenti. La seconda ragione è che non ho mai ascoltato Hail to the Thief e In Rainbows, i due album che precedono The King of Limbs, e dunque non so quanto questo sia un distacco ed un'evoluzione graduale per i Radiohead o no. Quei due album potrebbero anche essere Black Metal e Grindcore per quello che ne so. 

Quello che posso dire con certezza, seppur parlando da persona che ne sa fino a un certo punto, è che l'album sembra fatto a metà. Si nota soprattutto in ''Feral'' e nella opener ''Bloom'', due brani strumentali ripetitivi e decisamente non quello con cui avrei aperto l'album, soprattutto visto quanto c'entrano poco con ciò che è effettivamente bello riguardo The King of Limbs, punto che tratterò a breve. La cosa più deludente dell'album, però, è che si interrompe proprio quando comincia ad essere anche un po'figo, aspetto che ha deluso anche i fan della band capitanata da Thom Yorke da quanto si legge online. E se guardiamo alla durata complessiva dell'album, hanno anche un po'ragione. 

I Radiohead non sono certo i Sunn O))), ma tengono i loro album relativamente lunghetti: dai 42 minuti di Pablo Honey nel 1993 sono andati in su con i minutaggi, fino a toccare i picchi di OK Computer e Hail to the Thief, che durano quasi un'ora. L'unica eccezione è In Rainbows, con i suoi 42 minuti. 

The King of Limbs dura poco più di mezz'ora (37 minuti e 34 secondi, se proprio vogliamo fare i puntigliosi). Pure Amnesiac, l'album fatto con gli scarti di Kid A, dura 6 minuti in più (ed è anche un disco più bello, ma a quello arriveremo quando sarà il momento). Una durata del genere per un LP era inaccettabile nel 1971, figurarsi nel 2011. E qui non stiamo parlando di band come i Napalm Death, i Ramones o I Bellissimi che sputano fuori 30 pezzi da un minuto e mezzo ciascuno per disco, ma di canzoni con una durata media di quattro, cinque, anche sei minuti, da un album che se avessi comprato fisicamente (grazie Spotify e grazie anche ai Radiohead che a suo tempo rilasciarono The King of Limbs gratis online) avrei pagato forse il doppio rispetto a quelli delle band appena citate. Il quadruplo in più nel caso de I Bellissimi. 

C'è del bello, però, nel minutaggio scarso di The King of Limbs? Si, e proprio alla fine. ''Lotus Flower'' è ideale per rappresentare questa fase nella carriera della band, e sarebbe anche stata una opener giusta, non a caso è l'unico pezzo che ha ricevuto attenzioni da sé grazie ad un video musicale. ''Little By Little'' e la combo ''Codex''/''Give Up The Ghost'' ricordano certi passaggi di OK Computer e Kid A, non toccando quelle cime, ovvio, ma in maniera piacevole ed intrigante. E la chiusura dell'album è affidata al suo pezzo migliore, ''Separator''.

''Separator'' è un pezzo proprio figo, devo dire, che combina la dimensione elettronica di questa fase dei Radiohead con la solita delicata voce di Thom Yorke, campionando il leitmotiv degli ululati del cantante presenti in tutto l'album, e aggiungendoci passaggi che arricchiscono di volta in volta la canzone, facendola evolvere e dandole uno spessore in più rispetto al resto degli altri pezzi. Il brutto è che poi l'album finisce, così all'improvviso sul più bello. Thom Yorke avrà dimenticato qualcosa sul fornello in cucina? I fratelli Greenwood dovevano forse andare a prendere una cena al volo prima che il Tesco più vicino chiudesse? Magari il buon Nigel Godrich, l'uomo che ha prodotto tutto dei Radiohead da OK Computer in poi, il giorno delle registrazioni doveva andare ad aiutare una zia con l'influenza. Mistero.

Dopo l'uscita di The King of Limbs pare quasi che i Radiohead abbiano fatto di tutto per rimediare alle mancanze di questo album, ormai famoso per essere il ''peggior'' disco del gruppo assieme allo sfigatissimo Pablo Honey, l'album che i Radiohead stessi vorrebbero tanto dimenticare. Hanno provato a metterci una pezza a fine 2011 con un album di remix, TKOL RMX 1234567, rilasciato a puntate come i romanzi rosa su Intimità e con il problema opposto all'album: sono riusciti a trasformare un disco troppo corto in un mastodonte di un'ora e quarantacinque minuti. Santa pazienza. 

Stando alle opinioni online la versione definitiva dell'album è The King of Limbs: Live From the Basement e dopo averlo ascoltato, hanno pienamente ragione. Ogni pezzo riceve più cura, energia e linfa vitale di quanta ce ne sia nelle versioni in studio, vengono messe più in evidenza la chitarra e il basso dei fratelli Greenwood, sommerse dall'elettronica nel disco, e vengono anche suonati altri singoli rilasciati in quel periodo che aggiungono un po'di gustosa carne al fuoco: ''The Daily Mail'', ''Staircase'' e ''Supercollider''. Sono abbastanza fighi e aggiungono spessore ad un pezzo della carriera della band di cui si discute ancora e che ha difensori particolarmente accesi online. Live from the Basement è una delizia e se The King of Limbs fosse solo questo sarebbe forse uno degli album più belli dei Radiohead. C'est la vie. 

Rivedremo spesso i Radiohead in questa rubrica. Per esempio tra qualche mese.

Ma questa è una storia per un altro anniversario. 

Brani consigliati: Dalla versione in studio ''Codex'', ''Give Up The Ghost'', ''Separator'', ''Little by Little''. Il Live From the Basement è consigliato integralmente. Dura un'oretta, prendete i popcorn e godetevelo.


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