Chapter II: Düster dei Link compie 10 anni. Parliamone.

 



Da molti anni ormai il punk è divenuto qualcosa di decisamente marginale nel mondo delle subculture. Persa l’iniziale ed esplosiva curiosità degli anni Settanta, distrutto il ruolo egemone nella controcultura che aveva avuto negli anni Ottanta e scemato l’interesse commerciale e la mercificazione degli anni Novanta e Duemila il punk sembra essere diventato quello che, a detta di qualche idiota, ha sempre voluto essere: una cultura decisamente emarginata, a tratti orgogliosamente minoritaria, fortemente condizionata dai resti delle sue stagioni passate e in ciò divisa tra nostalgia acritica e contraddizioni talvolta gravi e pericolose.

Probabilmente definire il Punk in queste forme è e non può che essere (per fortuna) riduttivo, ma l’impressione che ho frequentando e vivendo in quei contesti è esattamente questa. Per questo nel corso degli anni ho deciso di esplorare le periferie di questo grande dominio troppo spesso ridotto dai suoi stessi frequentatori a stereotipo da bar e semplice abitudine estetica. L’obiettivo era quello di cercare di trovare una musica che fosse realmente in grado di essere cassa di risonanza dell’alternativa ad un sistema sociale ed economico radicalmente sbagliato contro cui lottavo e lotto ancora.  Così iniziò un lungo percorso identitario che partendo dall’Oi! e passando per dosi massicce di Italian Hardcore (pessima definizione della critica) mi ha portat* infine a diventare, dopo alterne vicissitudini, straight edge nel gennaio 2020. Lungo questo percorso un ruolo di primo piano appartiene al Crust Punk. Questa corrente apertamente estrema, politica ed eccentrica dell’Hardcore Punk, soprattutto nelle sue evoluzioni più strettamente contemporanee (come il Neocrust) o più aggressive (come il D-beat), ha attirato la mia attenzione sin da quando nel 2017 venni in contatto con la ormai mitologica trilogia dei britannici Fall of Efrafa (un altro ascolto vivamente consigliato).

Bene, ora parliamo del motivo per cui siamo qui. Nel 2011 usciva il secondo capitolo, intitolato “Duster”, della tetralogia dei LINK.

Io e questa band condividiamo lo stesso anno di nascita (il 1997). Loro però sono riusciti a farla finita prima sciogliendosi per sempre nel 2018. Sin dalle origini la band sposa posizioni apertamente libertarie e anticapitaliste seguendo un’etica DIY radicale (registrano tutti gli album da soli, organizzano tour da soli, producono da soli anche tutto il merch e suonano solamente in squat, spazi occupati, TAZ e festival DIY) e lottando, a suon di D-beat, contro fascismo, razzismo, sessismo e specismo. Nel corso degli anni la formazione cambia più volte: prima un quartetto con doppia voce maschile e femminile, poi un trio con drum machine e doppia voce, di nuovo un quartetto con doppia voce e infine dal 2011 un trio con sola voce maschile. Nel corso della loro carriera riescono ad ottenere una posizione di rilievo nella scena undie belga collaborando con numerose band crust internazionali (come gli statunitensi Tragedy, gli svedesi Raised by Drunks, gli svedesi Martyrdod, i canadesi Inepsy, gli italiani Giuda, gli irlandesi Absolutist, i francesi Geranium e molte altre), con varie etichette DIY europee (tra cui la famosissima etichetta neocrust tedesca Alerta Antifascista Records, l’italiana Alliance Records, la svedese Halvfabrikat Records e la francese La Société Pue Prod) e con numerosi collettivi, spazi sociali, squat e realtà di movimento per riuscire ad esibirsi anche fuori dal nativo Belgio (hanno organizzato date in Germania, Olanda, Svezia, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Spagna e Italia). A partire dal 2008 la band decide di cambiare stile di composizione e di scrittura. Sotto l’influenza del Crust anglosassone (si riconoscono richiami a band come His Hero Is Gone, Tragedy, From Ashes Rise e Cursed)   lo stile diviene più ricercato, “metallico” e pesante mentre i testi - senza perdere la chiara connotazione sociale e politica di sempre – si fanno più profondi, elaborati, riflessivi e malinconici. La band comincia a definire il proprio stile musicale (che, per gli amanti delle classificazioni, potremmo definire un amalgama di Neocrust, Blackened Crust e Sludge Metal/Sludgecore) “Dark Crust” e dal 2010 inizia a produrre una serie di quattro album che cercano di affrontare la condizione dell’individuo contemporaneo senza dimenticare le conseguenze delle sue azioni sui suoi simili, sugli animali e sul pianeta e senza annullare la sua interiorità e le sue emozioni.  I quattro album della serie tematica (usciti nel 2010, 2011, 2013 e 2015) hanno formati differenti (un EP, due LP, uno split album con gli Absolutist), ma rappresentano un continuum contenutistico e musicale.

Il secondo album della serie consta di otto tracce capaci di trasmettere all’ascoltatore grandi dosi di rabbia, violenza e inquietudine che conducono verso quelli che sono stati definiti dalla band stessa “abissi solitari e oscuri”. Un vero assalto musicale in cui l’elemento vocale (in growl) lascia ampio spazio alla sezione strumentale in cui si alternano passaggi veloci di chiara ispirazione HC/Crust (con la batteria in D-beat e i giri di chitarra rapidissimi e minimali tipici del genere) ad altri decisamente più  “lenti” e “progressivi” che rimandano al Metal estremo (soprattutto nelle sue gradazioni Sludge, Doom e Thrash) con il classico corredo di tempi dispari, cambi, pause, beatdown, breakdown e occasionali assoli di chitarra.



I brani hanno titoli molto brevi, praticamente lapidari. Talvolta questa loro caratteristica, unita al cantato chiaramente anti-melodico, rende oscuro il contenuto dei testi, altre volte lo rende lampante. Ogni testo è un pesante atto d’accusa contro l’esistente caratterizzato da venature pessimistiche e risvolti intimistici accompagnati da un’attitudine che preferisce la riflessione alla provocazione, il verso allo slogan.

In conclusione un album che non si può considerare facile né orecchiabile, un album che non ha il compito di compiacere il mercato perché – dovreste saperlo anche voi – non esiste alcun motivo di adeguarsi al gioco di chi ha le mani sporche del nostro stesso sangue. L’unica cosa da fare è lottare ostinatamente contro tutto questo con ogni mezzo possibile, inclusa la musica.

Brani consigliati: le tracce più interessanti dell’album sono indubbiamente “Control”, “Blindness” e “The End of All”. In ogni caso l’ascolto dell’intero album è fortemente consigliato anche perché – a causa del genere e dei contenuti – questa roba o la ami sinceramente o la odi visceralmente. Non sono possibili compromessi.

PS. Segnalo, per gli appassionati o per i curiosi, che la medesima formazione è attualmente attiva nei Plague Thirteen, quartetto Crust Punk/D-beat belga formatosi nel 2019.



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Achlys Shabetai (1997), proletari* non binari*, marxista, bisessuale, demisessuale, straight edge, urlo (male) cose che non interessano a nessuno in una band Powerviolence. Abbattere la tua amata civiltà occidentale è il mio gioco preferito. (Trovate i Rogna, il gruppo in cui canta Achlys su Instagram e su Bandcamp. Tra i pezzi consigliati ''Una Luce'', ''Pietà'' e ''Cadere Nell'Oblio'').

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