Spiderland degli Slint compie 30 anni. Parliamone.

 


di Marco Palatella e Mattia Panariello


Sin dai tempi dei primi gruppi swing, la tradizione della musica leggera americana è stata caratterizzata da realtà locali (le cosiddette “scene”) nelle quali le band vivevano di contaminazioni reciproche, condividendo le idee, gli spazi e i musicisti stessi, che spesso si ritrovavano a dividere il loro tempo tra due o più progetti. Questa spontanea dialettica esplose durante l’apogeo del punk e del rock alternativo, intorno al 1980, al punto che oggi il giornalismo musicale è solito utilizzare definizioni come New York Hardcore, Boston Sound o Beach Punk (il punk di Los Angeles) per definire le caratteristiche e gli interpreti peculiari di un certo territorio. Tra queste scene, quella di Louisville è diventata famosa solo a posteriori, grazie al grande prestigio che gli Slint si sono guadagnati nel corso degli anni, ma può vantare una complessità non indifferente.

Il crocevia del rock alternativo di Louisville è rappresentato dall’effimera ma convincente esperienza degli Squirrel Bait, capaci nella seconda metà del decennio di dare vita a due brevi album di post-hardcore leggero ed esplosivo, prima di sciogliersi e disperdere i membri tra le fila di alcune band che avrebbero fatto la storia della musica alternativa degli anni ‘90. Tra questi vi era il chitarrista Brian McMahan, che già nel 1986 aveva avviato un nuovo progetto insieme agli amici Britt Walford e David Pajo, rispettivamente batterista e chitarrista di un altro gruppo post-hardcore appena scioltosi, i Maurice. Il quartetto fu presto completato dall’ingresso di un bassista amico di Pajo, Ethan Buckler, e a partire dal 1987 gli Slint sono una band a tutti gli effetti.

Malgrado gli impegni scolastici dei quattro, ancora giovanissimi, nel 1989 gli Slint producono il loro album di esordio, Tweez, registrato insieme a Steve Albini, lo storico produttore già al fianco di band seminali del rock alternativo americano come Pixies e Sonic Youth. Tweez è un disco strumentale le cui strutture fondamentali non sono lontane da quelle tipiche dei brani degli Squirrel Bait, ma le armonie sono più irregolari e le chitarre più dissonanti, e la capacità di organizzare questo materiale turbolento in un suono coerente fu la prova della maturazione dei quattro, nonché il risultato dell’esperienza di Albini, capace come nessun altro di lavorare con i suoni duri e abrasivi del noise rock. Lungi dal prendersi troppo sul serio, il disco conteneva alcune registrazioni di chiacchiere e rumori di oggetti, segno di un approccio spiritoso che gli Slint non hanno mai perso (in questo senso, molte curiosità sono raccontate nel bel documentario Breadcrumb Trail, reperibile tra l’altro in DVD allegato a molte ristampe di Spiderland).

Nonostante Tweez sia oggi riconosciuto come un disco innovativo, il risultato non piacque ad Ethan Buckler che, contrariato dalla produzione troppo invasiva di Albini, decise di abbandonare il gruppo, sostituito da Todd Brashear dei Solution Unknown. Nel mentre gli Slint pensavano al nuovo disco, sperando di sviluppare un suono più personale che raccogliesse le loro variegate influenze. Oltre all’hardcore punk e al rock alternativo di gruppi come Television, Minutemen e Husker Du, si erano interessati al minimalismo, ma recuperarono parallelamente anche la passione per generi musicali più popolari per il pubblico americano, tra cui il Country, l’hard rock e i cantautori. Gli AC/DC erano un’ossessione per i quattro durante gli anni di registrazione di Spiderland e l’influenza di Neil Young, amatissimo da Pajo, si percepisce nella dilatazione delle loro composizioni successive, come Glenn e Rhoda, registrate nel 1989 ma pubblicate solo nel 1994 in un EP senza nome. Inoltre, per il nuovo disco l’idea era di inserire dei testi, per i quali McMahan si ispirò a Nick Drake e soprattutto a Leonard Cohen, artista tra i suoi preferiti.

Mancava ancora qualcosa: pur soddisfatti da Tweez, anche gli altri Slint realizzarono che cambiare produttore potesse essere una scelta decisiva. Rinunciarono ad Albini e scelsero Brian Paulson, che aveva prodotto i Bastro, altro gruppo nato dalle ceneri degli Squirrel Bait. Paulson aveva un approccio “documentarista”, capace di registrare il suono della band “così com’è”, molto gradito a McMahan, che riteneva ormai sé e i compagni sufficientemente maturi da registrare senza la mano di Albini che li guidasse. Per la pubblicazione del nuovo disco si fece avanti Touch and Go, la casa discografica che aveva avuto a contratto anche i Big Black di Albini. Inizialmente l’intenzione del gruppo era trovare una voce femminile per i testi del disco, ma l’appello, che pregava le cantanti interessate a presentarsi a casa di Walford e genitori, non sortì gli effetti sperati, così furono egli stesso e McMahan ad occuparsene. La richiesta fu anche stampata nelle copertine di Spiderland, e per decenni è stata usata dai fan per mandare lettere di stima al batterista, che la famiglia ha conservato affettuosamente. Gli Slint cominciarono così lunghe sessioni di prove per arrivare a costruire i brani che avrebbero costituto Spiderland, concepiti in maniera tutto sommato tradizionale: chi aveva in mente un riff o un arpeggio lo proponeva ai compagni, e così via. È possibile ascoltare molti brani registrati durante queste prove, tra cui una cover di ''Cortez the Killer'' di Neil Young, nelle versioni deluxe dell’album. Le registrazioni terminarono nell’autunno del 1990 e il 27 Marzo del 1991 il capolavoro fu stampato in qualche migliaio di copie e ufficialmente presentato al pubblico.

Evidenziare gli elementi innovativi e originali di Spiderland non è affatto compito facile, sia perché sono innumerevoli, ma anche perché, trattandosi di un disco molto poliedrico nell’insieme di generi musicali che integra, risulta difficile inquadrarlo in un solo stile. Nonostante questo, è importante iniziare ricordando che gli Slint, pur nel loro efficacissimo miscuglio di generi, rimangono un gruppo di matrice post hardcore, ed è proprio questa loro caratteristica che permette di capire al meglio perché Spiderland emerga così tanto nel panorama musicale rock underground degli anni 90.


Secondo molti critici, parecchi generi rock degli anni 90 sarebbero stati ispirati o rinnovati proprio da Spiderland, tra cui il math rock, il post rock e lo slowcore: le atmosfere di questo disco sono spesso distese e rarefatte, con colpi di batteria secchi e lenti (come ad esempio in ''Washer'') o addirittura completamente assenti (''DonAman''), quando non persino ambient in ''For Dinner''…, il brano più breve e l’unico privo di testo; caratteristiche, queste, che anticipano gli stilemi tipici del post rock che si sarebbe sviluppato nella metà degli anni 90 con gruppi quali Mogwai e Bark Psychosis. Allo stesso tempo, la matrice post-hardcore non è stata dimenticata, al punto che ''Nosferatu Man'' può essere probabilmente considerato il brano più pesante che gli Slint abbiano mai realizzato. Una seconda esplosione hardcore la si può sentire nel momento finale più catartico dell’album, la drammatica chiusura di ''Good Morning, Captain'', oltre che in ''Breadcrumb Trail'' e in Washer. Tanto nei passaggi dilatati quanto in quelli intensi, comunque, la presenza di numerose dissonanze e tempi dispari e la struttura particolare dei brani, che sembrano delle vere e proprie suite, fanno sì che questo disco sia stato visto anche come ispiratore del math rock, stile che prenderà piede sempre nella metà degli anni 90 come ramo del post hardcore grazie ad interpreti quali Shellac e Don Caballero. Il cantato, invece, è eseguito in larga parte in spoken word, tecnica inusuale nei gruppi di quel genere.

Ovviamente non va trascurata anche l’emotività che questo disco è in grado di trasmettere, con atmosfere molto cupe, dilatate e quasi surreali, rese tali da una batteria con colpi ora secchi e ora appena accennati, quasi jazz, un cantato che va da un sussurro appena udibile e tremante ad un urlo disperato (da notare il fatto che nel registrare la parte finale urlata di ''Good Morning, Captain'', il cantante Brian McMahan, che in quel frangente grida 4 volte “i miss you”, è svenuto per la troppa forza usata), chitarre distorte dal suono appuntito e quasi irritante e fastidioso con puliti suonati in maniera ora delicata, quasi inudibile, ora decisa, e testi criptici e a tratti inquietanti. Sono numerosi i vertici emotivi di Spiderland: tra questi appunto parte finale di ''Good Morning, Captain'', il capolavoro posto in chiusura del disco che racconta la solitudine  e il sentimento di impotenza tipico del coming-of-age attraverso la metafora di un naufragio, con chitarre distorte che fanno da contorno alle urla disperate di McMahan; oppure la struggente ''Washer'', condotta da frasi di chitarra melodiche di sapore slowcore e scandita da una batteria fatta di colpi lenti, isolati dal resto del sound attraverso un sapiente uso delle dinamiche, che ha come tema principale la fine di un amore, ma che si evolve in versi che lasciano pensare al suicidio in corrispondenza da una efficace scarica “hard”. Da non dimenticare inoltre la particolarissima ''Don, Aman'', una sorta di suite solo chitarra e voce, in cui McMahan descrive sottovoce le sensazioni provate da una persona affetta da ansia sociale, e soprattutto gli ormai iconici armonici iniziali di ''Breadcrumb Trail'', degna canzone di apertura, che con la sua struttura peculiare e il suo testo allegorico e quasi onirico introduce perfettamente il disco. Come anticipato, si distingue per la potenza del suono ''Nosferatu Man'', con il robusto riff di apertura che viene lacerato da frasi di chitarra estremamente dissonanti, fino a svilupparsi in una seconda metà infuocata che arriva a lambire territori sludge metal.

Si nota facilmente, quindi, come Spiderland sia in sé un disco sicuramente visionario e avanguardista, poiché anticipa gran parte delle tendenze musicali successive del rock anni 90, pur restando ancorato alla tradizione hardcore che contraddistingue il gruppo. Tradizione che viene superata innovandola con caratteristiche stilistiche mai viste prima, manipolando la solidità abrasiva originaria con una nuova, emergente sensibilità atmosferica con una padronanza del linguaggio e delle dinamiche musicali che appare miracolosa. Anche qui risiede il suo valore artistico e storico, tanto che può quasi essere considerato come disco più rappresentativo del decennio.

Spiderland, alla sua uscita, vendette solo 50.000 copie circa, ma ebbe la sua rivincita: lo stesso Steve Albini lo recensì definendolo un capolavoro e gli attribuì il massimo dei voti. Oggi si può dire che rappresenta un modello per tutta la musica underground degli anni 90 e non solo (si parla di gruppi del calibro di June Of 44 e Sunny Day Real Estate), e nonostante i suoi 30 anni di età è ancora in grado di stupire, di far innamorare e di fare scuola nel genere. Si tratta di un album che tutti dovrebbero ascoltare per allargare i propri orizzonti musicali, anche perché risulta ancora molto attuale nella sua originalità, e il cui anniversario è e sarà sempre una data fondamentale per chiunque sia appassionato di musica, poiché le sue innovazioni e la sua forza emotiva lasciano un segno indelebile nella storia della musica e nel cuore e nella memoria degli estimatori. Vogliamo pensare che non sia un caso se oggi, a trent’anni esatti dall’uscita di Spiderland, la maggior parte delle classifiche specializzate consideri i Black Country, New Road come la rivelazione dell’anno: il loro album d’esordio, For the First Time, suona slintiano fino al midollo, al punto da essere accusati di aver “copiato” il capolavoro realizzato nel 1991 da Pajo, McMahan, Walford e Brashear.

Brani consigliati: l'album è consigliato integralmente.




_____________________________________________________

Marco Palatella (1999) torna come nostro consulente per la sfera Rock e Metal. Studente di lingue all'università di Padova, Marco è anche chitarrista nel gruppo Post Hardcore Vremja. Per sostenerli potete seguirli su Facebook e Instagram oppure ascoltare il loro EP omonimo, Vremja, su Spotify e Bandcamp. Fidatevi, è un ascolto caldamente consigliato.









Mattia Panariello (1997) studia chimica e tecnologia farmaceutiche all'università di Modena. È un grande appassionato di musica punk e dei suoi derivati, su cui da anni raccoglie e scrive opinioni e articoli.

Commenti

Post più popolari