Amnesiac dei Radiohead compie 20 anni. Parliamone.
di Pietro Rinaldi e Marco Palatella
Poche sono le band il cui nome incute timore reverenziale al solo udirlo. Una di queste è sicuramente il gruppo inglese Radiohead, che nei suoi 36 anni di carriera (al momento della pubblicazione di questo articolo) vanta un catalogo di 9 album in studio, alcuni più acclamati di altri, ma la cui influenza sulla scena rock e alternativa è innegabile. Impossibile non ricordare quello che è sicuramente stato il loro picco a livello commerciale, OK Computer (1997), seguito dall'estremamente sperimentale Kid A (2000), entrambi considerati tra le loro migliori composizioni. Credeteci quando diciamo che faremmo volentieri un centinaio di articoli solo su questi due capolavori, ma oggi parleremo del ''fratello minore'' di Kid A.
Ed ecco a voi, 20 anni dopo, Amnesiac.
Nel paragrafo precedente abbiamo chiamato Amnesiac ''fratello minore'' di Kid A, non per fare un disservizio all'album stesso, ma per motivi di genesi dell'album: infatti altro non è che una raccolta di sessioni addizionali dell'album Kid A, con l'eccezione della traccia finale ''Life in a Glasshouse''. Anche se questa può essere vista come una collezione di ''scarti'' di tracce di Kid A o una serie di b-sides, la band ha sempre voluto sottolineare come Amnesiac sia un vero e proprio album a sé stante; affermazione rafforzata dalla pubblicazione di ''Pyramid Song'' e ''Knives Out'' come singoli, i primi dal 1998 (per Kid A, infatti, non era stato pubblicato alcun singolo).
In qualsiasi modo si voglia vedere la faccenda, non si può negare l'evidente e pesante influenza a livello sonoro e musicale di Kid A su Amnesiac, tant'è che a un recente e più critico ascolto ci è parso come una versione più sperimentale e noise dell'album precedente ad esso. Nonostante la maggiore sperimentazione, Kid A risulta più scorrevole e coeso in generale, una sensazione che non aiuta a sentire Amnesiac come un lavoro a sé stante, ma piuttosto come ad un insieme di tracce a cui è difficile dare un senso di continuità. Il paragone con l'album precedente da questo punto di vista è spontaneo: mentre Kid A accentua i momenti di pathos aiutandosi con una sorta di storytelling attraverso tutto l'album, la frammentazione di Amnesiac rende impossibile focalizzarsi né su un motivo ricorrente né sui momenti salienti, anche se questi ultimi sono comunque presenti.
Ciò non significa che a livello compositivo le tracce siano brutte o noiose, anzi sono eccezionalmente ben fatte, come ci si aspetta da un gruppo ormai così maturo. Basti pensare a ''Pyramid Song'', probabilmente una delle migliori canzoni dei Radiohead, e a ''Life in a Glasshouse'', con i suoi accenni jazz, per non parlare del suono malinconico delle chitarre accompagnate da una batteria minimalistica nel trittico ''You and Whose Army?'', ''I Might Be Wrong'' e ''Knives Out''. La band non disdegna nemmeno le sperimentazioni elettroniche più rumoristiche come nelle tracce ''Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box'' e ''Pulk/Pull Revolving Doors''. L'unica cosa costante di tutto l'album è la voce di Thom Yorke, dal timbro inconfondibile e ormai pilastro dello stile dei Radiohead, che riesce a trasmettere un senso di estraniamento e alienazione senza pari.
Nonostante il disco non sia tra i più acclamati dei Radiohead, riteniamo comunque che sia importante per comprendere l'evoluzione stilistica del gruppo e sia un ascolto da non ignorare completamente, anche se ci rendiamo conto che alcuni potrebbero trovarlo un ascolto molto difficile.
Brani consigliati: ''Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box'', ''Pyramid Song'', ''You and Whose Army?'', ''Knives Out'', ''Life in a Glasshouse''
Classe 1999, studente di fisica all'Università di Padova, Pietro Rinaldi ascolta un po'di tutto spaziando dalla musica microtonale al progressive metal. Bassista a tempo perso, si diverte a comporre musica nel tempo libero. Potete trovarlo su Bandcamp con il suo progetto Sceptwo (cliccate qui per ascoltare l'EP The Shadows e l'LP Then Darkness Came).
Marco Palatella (1999) torna come nostro consulente per la sfera Rock e Metal. Studente di lingue all'università di Padova, Marco è anche chitarrista nel gruppo Post Hardcore Vremja. Per sostenerli potete seguirli su Facebook e Instagram oppure ascoltare il loro EP omonimo, Vremja, su Spotify e Bandcamp. Fidatevi, è un ascolto caldamente consigliato.




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