La colonna sonora di Shrek compie 20 anni. Parliamone.
di Giovanni Bredo
Comincia tutto con l'inquadratura di un cesso e il completo sputtanamento di tutto quanto fosse sacro alla Disney nei suoi anni d'oro. Le parole le sapete tutti:
Somebody once told me,
The world is gonna roll me
I ain't the sharpest tool in the shed
Si apre così una delle opere cinematografiche più rivoluzionarie del decennio '00, ed i suoi incredibili accompagnamenti musicali.
Lo conoscete tutti, l'orco, il mito, la leggenda. Shrek is Love, Shrek is Life.
La colonna sonora di Shrek compie oggi 20 anni. Parliamone.
Per anni Shrek è stato sinonimo di molte cose: moltissimi meme, idolo delle folle, primo film animato a vincere un Oscar come miglior film d'animazione. E molto si è detto della sua colonna sonora, un connubio azzeccatissimo di Pop e Rock che accompagna perfettamente l'estetica del film. E tutto parte da quella semplice, meravigliosa canzone, ormai inno generazionale, che è ''All Star'' degli Smash Mouth.
Difficile non sceglierli per il film dopo il successo del seminale Astro Lounge nel 1999, al contempo uno degli album più sopravvalutati e sottovalutati degli anni '90. ''All Star'' è un pezzo incredibile ed orecchiabilissimo, ma ormai reso inscindibile dalla valanga colossale di meme che sovrastano il suo valore musicale. In questo senso è molto simile a quello che è successo con ''Never Gonna Give You Up'' di Rick Astley, anch'esso vittima di meme su meme, sebbene lui abbia gestito la faccenda con molta più grazia e dignità degli Smash Mouth. Nel film ''All Star'' fa il suo dovere in maniera egregia, ossia introdurre Shrek: l'antitesi dell'eroe Disney, disgustoso e quasi controculturale (proprio come la generazione giovanile dell'epoca). Un eroe che si fa accompagnare non da una canzone melodica e magistralmente orchestrata da Alan Menken o Tim Rice, ma da un gruppetto Ska-Pop californiano.
Gli Smash Mouth ritornano anche nel finale per proporre una loro versione di ''I'm A Believer'', iconico pezzo dei Monkees, e una versione della stessa canzone è anche proposta da Eddie Murphy, voce originale di Ciuchino. Ma tralasciando gli innumerevoli meme, le battute e i remix di pezzi da capogiro (soprattutto le versioni proposte per Shrek Retold, incredibile rivisitazione scena per scena del film), la colonna sonora di Shrek funziona secondo un semplice assioma: è quello che gli inglesi chiamerebbero ''Baby's first introduction to Alternative Rock''. Una definizione che trovo azzeccatissima considerando che i generi proposti sono innumerevoli. Si parte con lo Ska/Pop degli Smash Mouth, poi si possono introdurre i giovanissimi al Punk. E chi vuoi chiamare se non la più Pop dei punk, ossia Joan Jett e la sua ''Bad Reputation''? Oppure la genialata di introdurre lo spettatore alla scena Indie con gli Eels (''My Beloved Monster'', adatta a livello sonoro e testuale) oppure i meravigliosi Proclaimers (''I'm On My Way''), fino al cantautorato-Folk con Rufus Wainwright e la sua cover di ''Hallelujah'', tutt'oggi considerata una delle migliori rivisitazioni di questo pezzo immortale. Passi per Shrek e trovarsi i figli a scoprire Jeff Buckley o Leonard Cohen è facilissimo.
La colonna sonora di Shrek merita di essere ricordata per mille motivi, ma primo su tutti è la sua capacità di introdurre lo spettatore, anche e soprattutto quello più giovane, ad una scena a cui non sarebbe stato esposto in precedenza, andando contemporaneamente contro molti degli stilemi che corrispondevano ai dogma del cinema d'animazione dell'epoca. C'è un motivo per cui molti giovani della mia età che ascoltano Indie o Alternative hanno una specie di venerazione per Shrek, e si riconduce tutto a questa teoria: se una canzone è nella colonna sonora di Shrek, è roba figa.
Oltre i meme, oltre ai remix e ai video su Youtube, la colonna sonora di Shrek merita di celebrare i suoi 20 anni e di essere ricordata come un importante artefatto della Pop Culture del ventunesimo secolo per la sua varietà e capacità di influenzare i gusti delle generazioni future. Grazie, orcone verde.
But it's not ogre, come direbbero i meme, perchè lascio la parola ad una persona che di cinema ne sa più di me.
Shrek: Un Fenomeno All-Star
di Giancarlo Mastinu
Correva l’anno domini 2001.
George W. Bush vinceva le elezioni presidenziali, lo Space Shuttle Endeavour con a bordo il nostrano Umberto Guidoni partiva verso lo spazio e l’11 settembre era solo un brutto incubo che doveva ancora materializzarsi. L’anno 1 del ventunesimo secolo portava con sé un sacco di novità, sia belle che brutte, le quali avrebbero cresciuto le generazioni future in un ambiente con un’atmosfera totalmente nuova.
Nell’ambito cinematografico, di preciso quello d’animazione, la Walt Disney Pictures continuava a regnare sovrana con le sue fiabe composte da principesse in pericolo, nani canterini, streghe cattive e canzoni orecchiabili. Nel 2001 la casa di Mickey Mouse distribuì nei cinema due film che sono tutt’ora considerati dei classici intramontabili: dall’esilarante Emperor’s New Groove e l’ingiustamente sottovalutato Atlantis.
Eppure, nonostante questo monopolio, ci fu una casa di produzione di notorietà inferiore rispetto al Moloch fiabesco ideato dallo Zio Walt che tentò un’impresa azzardata e tremendamente rischiosa. Si trattava della DreamWorks Animation Pictures, all’epoca conosciuta principalmente per l’epico Prince of Egypt, per il cupo e incompreso Antz, altrimenti noto come la copia (a mio modesto parere nettamente superiore) di A Bug’s Life con Woody Allen come doppiatore protagonista e per l’enorme flop di The Road to El Dorado. Questa piccola casa cinematografica decise di dare il via alla produzione di un film dalla natura palesemente anti-Disney, basandosi su un libro di William Steig: così venne alla luce SHREK.
Il risultato ottenuto, sia per la critica che per il botteghino, decretò un enorme ed inaspettato successo. Il totale ribaltamento dei canoni fiabeschi disneyficati fino ad allora “imposti” in molti film d’animazione, il cast di doppiatori composto da Mike “Austin Powers” Myers, Eddie Murphy, Cameron Diaz e John Litghow, dei riferimenti alla cultura pop e un umorismo irriverente, scorretto e a tratti deliziosamente volgare furono tutti fattori che, sebbene ci fosse il rischio di un fiasco completo, si rivelarono vincenti. Per mesi e mesi, ci fu una vera e propria “Shrek-mania” in tutto il mondo: c’erano i giocattoli, gli zaini, gli astucci, e addirittura le pubblicità del Mulino Bianco!
Al di là di tutti questi elementi, una cosa che necessita di essere assolutamente menzionata è l’azzeccata e coinvolgente colonna sonora che accompagna tutta la durata del film. Come direbbe Hans Zimmer:
''A good score should have a point of view of its own, it should trascend all that has gone before, stand on its own two feet and still serve the movie.''
Sebbene nel cinema d’animazione c’erano già stati esempi di colonne sonore sorprendenti (prendiamo il caso di American Pop diretto da Ralph Bakshi), il soundtrack di Shrek presentò qualcosa di completamente originale per un film d’animazione per famiglie, soppiantando le melodie orecchiabili (ma dopo un po' sterili) di un Alan Menken. In Shrek, non ci sono personaggi che si mettono a cantare di punto in bianco, escludendo l’ilare scena del Robin Hood francese, che va chiaramente intesa come una delle tante sottili parodie del canone Disney presenti nella storia. Le canzoni, invece, sono un coacervo di generi musicali che vanno dal punk al surf rock, dal pop barocco al reggae fusion.
Oserei dire che la canzone d’apertura del film, con il suo “somebody once told me the world was gonna roll me” non ha affatto bisogno di presentazioni. Sebbene sia diffusa la voce che inizialmente questa canzone non era prevista nel montaggio originale, la sequenza che ci introduce all’irriverente e “sporca” routine quotidiana del protagonista non sarebbe la stessa cosa senza le note estive e solari eseguite dagli Smash Mouth, una band surf rock di San Jose, California, che con questa canone è entrata nell’Olimpo della cinematografia d’animazione e dei meme su Internet. Un accompagnamento musicale che ci fa intendere immediatamente il mood della storia: impertinente, solare e pieno di vita.
A seguire, il soundtrack presenta inaspettatamente una canzone della grintosa e iconica Joan Jett, ossia ''Bad Reputation'', qui eseguita dagli Halfcocked. Molti la ricorderanno per una delle sequenze finali del Kick-Ass di Matthew Vaughn, ma qui essa accompagna il duello “sul ring” tra Shrek e i cavalieri di Lord Farquaad, sovrano di Duloc e antagonista principale della storia. Certo, se pensiamo all’epoca in cui questo cartone è stato distribuito, possiamo solo immaginare la sorpresa che certi spettatori hanno avuto udendo una canzone che parla palesemente di una IDGAF Attitude, considerando poi l’uso della parola “damn” in un cartone apparentemente per famiglie!
Si procede con ''I’m On My Way'' dei Proclaimers, che udiamo di sottofondo durante la prima parte del viaggio intrapreso da Shrek e Ciuchino per ordine di Farquaad. Sebbene sia sempre un piacere udire l’irresistibile accento scouse del duo dietro ''I’m Going to Be (500 Miles)'', è poco ispirata e di sicuro tra le più dimenticabili dell’intero soundtrack.
Se parliamo invece di ''My Beloved Monster'' degli Eels, il discorso cambia completamente. Queste sonorità indie/alternative rock e con la voce del frontman Mr. E, che lo fa sembrare un Bryan Adams più roco (e aggiungerei talentuoso), accompagnano la classica scena “being in love” tra Shrek e Fiona i quali, dopo gli iniziali battibecchi, iniziano pian piano ad innamorarsi. Il testo, con un azzeccato nomen omen, racconta del graduale innamoramento di un uomo nei confronti di una donna che, nonostante le apparenze dure e aggressive, è in realtà una persona timida, gentile e fragile. Il tema delle apparenze trattato nel film si sposa perfettamente con il significato simbolico della canzone, che va a raccontare allegoricamente il rapporto tra Shrek e Fiona: lui un orco burbero e temuto da tutti, ma col cuore d’oro; lei una principessa “cazzutissima” che nasconde tuttavia un incredibile segreto. A questa track segue ''You Belong To Me'', una cover di una popolare ballad del 1952 eseguita da Jason Wade: una scelta azzeccata, ma abbastanza dimenticabile.
Il pezzo successivo torna a colpire: abbiamo dinanzi un’altra cover di una ben più famosa canzone, questa volta l’Hallelujah del fu Leonard Cohen, qui eseguita da Rufus Wainwright. Non ci sono tastiere elettriche o voci femminili come coro: c’è solo la vocalità soave e malinconica del cantautore canadese, che accompagna il tutto con il pianoforte. Alcuni potrebbero dire che è solo una versione più depressa della cover eseguita in passato da John Cale, la quale presenta notevoli similitudini, ma resta tuttavia un’esecuzione impossibile da dimenticare, specialmente se la correliamo ad uno dei momenti più “tristi” del film.
Arrivati all’inevitabile happy ending, ritornano gli Smash Mouth, e ancora una volta si tratta di una cover. Questa volta è l’I’m a Believer dei Monkees ad essere “shrekkata”. La canzone sunshine pop del ’66 è qui aggiornata con le stesse sonorità che abbiamo trovato nell’ All Star iniziale, e gioca un ruolo importantissimo nel lieto fine della storia, celebrato con balli e con Ciuchino (doppiato da Eddie Murphy) che la esegue accompagnato da una band, in un’atmosfera gioiosa, decostruttiva e anacronistica come l’intero tono del film.
Tutta la colonna sonora, che comprende inoltre il pop della compianta Leslie Carter ritrovabile in ''Like Wow!'', il reggae fusion di ''Best Days of Our Lives'' dei Baha Men e l’indie rock dei Self e del loro ''Stay Home'' (tutte presenti nei titoli di coda) dimostrano come, nel complesso, Shrek presenti un punto di rottura nel cinema d’animazione non solo dalla prospettiva narrativa, ma anche da quella musicale: una moltitudine di generi differenti tra loro, ma ben contestualizzati in ogni scena. Questo tipo di esperimento si ripeté anche nel sequel, Shrek 2, che presentava, tra gli altri: David Bowie, Tom Waits e perfino Nick Cave! Nonostante siano passati ormai dieci anni, essa resterà sempre una colonna sonora identica al film a cui fa da accompagnatura: travolgente, colorata e irresistibile.
Brani consigliati da entrambi: La colonna sonora è consigliata integralmente. Soprattutto se accompagnata alla visione di questo capolavoro.
Giancarlo Mastinu (1998) è l'autore di questo articolo. Studente, scrittore occasionale con l'intenzione di diventare uno sceneggiatore, ha una grande passione per il cinema e una certa leggera allergia per alcune tendenze moderne. Si descrive con questa breve, efficace espressione: ''Un po'boomer, ma lo faccio con stile''.
Per Giovanni Bredo (1996) l'animazione è di casa. Cresciuto con una madre appassionata dei Classici Disney ed un padre amante dei robottoni di Go Nagai, quella di Giovanni è una continua esplorazione delle potenzialità del cinema d'animazione, al punto che è stato anche l'argomento della sua tesi di laurea. Attualmente Giovanni studia Inglese all'università Ca'Foscari di Venezia e considera i cartoni animati come uno strumento abbastanza efficace per imparare le lingue straniere.




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