Jane Doe dei Converge compie 20 anni. Parliamone.



di Marco Palatella

Inizio questa recensione dicendo che mi è estremamente difficile rimanere imparziale davanti ai Converge, e a Jane Doe in particolare, dato che è il mio album preferito in assoluto e ha un valore affettivo per me inestimabile, poiché a lui va il merito di avermi aperto la strada verso un genere, l’hardcore punk e tutto ciò che ne deriva, che ora amo alla follia e in cui mi ci rispecchio perfettamente, anche perché lo suono.

Ma ovviamente non è solo per il lato affettivo che questo disco merita di essere ricordato, ma andiamo con ordine, cercando prima di inquadrare meglio il contesto. I Converge si sono sempre distinti nel panorama hardcore (e non solo), per la loro spiccata originalità compositiva, capace di mischiare più stili differenti e di sperimentare come pochi in quell’ambito sanno fare, e per la loro forte e distinta personalità, che li ha portati ad essere tra i più acclamati del genere. Ebbene, Jane Doe rappresenta il sunto, la summa di questa loro peculiarità, un album dalla qualità compositiva altissima e che risulta estremamente coeso e completo, come vedremo in seguito.

Ma Jane Doe non sarebbe così speciale se fosse “solo” il miglior disco di una band importante, ha decisamente qualcosa in più: è senza dubbio uno dei dischi più estremi, dal punto di vista sonoro, che io abbia mai ascoltato, eppure in questo suo estremismo riesce a trasmettere un pathos emotivo altissimo, cosa che non ho mai riscontrato nemmeno negli album più acclamati del metal estremo. Sembra incredibile, ma nonostante le canzoni abbiano un ottimo tiro, l’attenzione si concentra su tutt’altro: non ascolterei mai Jane Doe soltanto per il gusto di gasarmi ed incazzarmi, ma piuttosto per immergermi in un’esperienza piena di rabbia, dolore, tristezza e frustrazione, che segue un filo logico ben preciso, che andrò ora ad analizzare.


Jane Doe può essere considerato come un “concept album” il cui filo conduttore sono l’insieme di emozioni scaturite dal dissolversi di una relazione sentimentale: struttura, quella del concept, inusuale per l’hardcore, condivisa solo da pochi altri dischi, tra cui Zen Arcade degli Husker Du. Il tema della fine di una relazione può sembrare molto banale, chiunque tra i vostri artisti preferiti ha scritto almeno una canzone dopo una rottura, ma posso assicurare che nessuno l’ha mai trattato come hanno fatto i Converge, ed è proprio questo che rende il disco così particolare. Già dalla prima traccia, ''Concubine'', una delle migliori opener mai scritte, si capisce molto bene come verrà reso il tema durante la durata dell’album; qui chitarra, batteria e voce la fanno da padrone, con un suono molto personale: la chitarra è estremamente tagliente, abrasiva, ma allo stesso tempo pesante e ricca di bassi, già quella basta a trasmettere tutta la carica emotiva che caratterizza Jane Doe, ed è contornata da una batteria frenetica, quasi ansiosa e dal suono secco. La voce merita un discorso a parte, poiché una delle peculiarità di questo disco è il fatto che i testi non esistono. O meglio, esistono, ma sono volutamente indistinguibili, poiché il cantato di Jacob Bannon, uno scream estremamente acuto, acido e graffiante, intervallato a volte da cori inintelligibili, lamentosi e a tratti inquietanti, rende quasi impossibile capire cosa stia dicendo, e pure nel booklet i testi sono oscurati in parte da macchie di inchiostro. Questo interessantissimo espediente artistico viene usato per rendere quanto il dolore possa essere inenarrabile, tanto da non poter essere spiegato a parole, lasciando spazio alla musica. 

Altra caratteristica importante è la grande varietà compositiva dei brani ed il loro songwriting: l’album è chiaramente di matrice hardcore, ma non disdegna incursioni sludge (come la title track, ''Phoenix In Flight'', la parte finale di ''Heaven In Her Arms''), dissonanze tipiche del mathcore (''Fault And Fracture'', ''Distance And Meaning'', ''Thaw''), e persino elementi noise (''Concubine'', ''Phoenix In Flames'') e quasi emo (i cori descritti in precedenza). Nonostante tutto questo miscuglio di varie influenze, Jane Doe riesce ad essere molto compatto, coeso e tutto d’un pezzo: il disco scorre alla perfezione, ogni canzone è funzionale a quella precedente e successiva (si veda ad esempio la successione ''Phoenix In Flight''/''Phoenix In Flames''/''Thaw''/''Jane Doe''), ma allo stesso tempo assume senso anche presa singolarmente. Come detto precedentemente, nonostante la violenza estrema che questo album trasmette, i momenti di grande pathos emotivo sono veramente tanti, principalmente dati dall’insieme chitarra/voce: la prima, che a tratti sembra un vero e proprio macigno, di cui si percepisce tutto il peso, grazie a un suono che appare studiato apposta per fare male nel profondo, e la seconda, che con la sua acidità e il suo essere graffiante trasmette un senso di dolore e frustrazione indescrivibili. Si possono trovare esempi di quanto detto nell’inarrestabile impeto iniziale di Concubine, nella parte finale di ''The Broken Vow'' e di ''Thaw'', e nell’urlo finale disperato della title track: momenti, questi, in cui per me (e spero per molti altri) è impossibile non versare qualche lacrima.

Concludendo, Jane Doe è un disco che non è assolutamente di facile ascolto, ma il cui impatto emotivo è indiscusso e devastante fin da subito, e forse è proprio per questo che è il mio album preferito, perché oltre al fatto di avermi aperto un mondo, credo di non aver mai trovato nulla di così diretto e struggente in tutta la musica che conosco, e quindi auguro un meritatissimo buon 20esimo compleanno a questo capolavoro hardcore.

 Brani consigliati: il disco è consigliato integralmente.





Marco Palatella (1999) torna come nostro consulente per la sfera Rock e Metal. Studente di lingue all'università di Padova, Marco è anche chitarrista nel gruppo Post Hardcore Vremja. Per sostenerli potete seguirli su Facebook e Instagram oppure ascoltare il loro EP omonimo, Vremja, su Spotify e Bandcamp. Fidatevi, è un ascolto caldamente consigliato.

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