Lateralus dei Tool compie 20 anni. Parliamone.



di Giovanni Bredo

La mia conoscenza con il Rock e il Metal è avvenuta quando avevo tra i 13 e i 14 anni, ossia tra la terza media e il primo anno delle superiori. All'epoca ero partito dai classici (Guns 'N Roses, Deep Purple, AC/DC) per poi passare a cose un poco più ''pesanti'' (Limp Bizkit, Slipknot, Anthrax, Metallica, etc.) Ad aiutarmi in questo passaggio ha contribuito uno dei datori di lavoro di mia mamma, espertissimo di Rock e Metal da decenni che all'epoca mi prese in simpatia. È stato proprio questo mio ''sensei'' a regalarmi Metallus, quella che per anni è stata la mia enciclopedia del Metal, manuale che mi ha permesso di scoprire un sacco di roba fighissima come i Sepultura e gli Stormtroopers Of Death, oltre a quasi tutta la discografia degli Iron Maiden. Per farla breve, alla fine della prima liceo ero passato dall'ascoltare ''Smoke On The Water'' a Black Metal dei Venom. Ma in tutto questo i miei gusti si mantenevano su musica abbastanza ''semplice'', con riffoni cattivi à la Rammstein. Alcuni dei miei gusti più ''semplici'' li condividevo con la mia compagnia di amici, ma sentivo che i loro gusti erano diversi, più raffinati. Soprattutto, c'erano membri della compagnia che avevano ereditato i gusti da fratelli maggiori o studenti più grandi. Musica come i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Soundgarden, una enorme passione per i Misfits. 

E poi c'erano i Tool. 

Gruppo di cui parlavano tutti come se fossero dèi in terra, musicisti incredibili, che ti aprivano la mente, citati sempre con un tono di riverenza e misticismo. All'epoca sentivo tanto parlare di 10.000 Days, uscito quattro anni prima, ma gli allori venivano sempre riservati per un altro album: Lateralus. Questo monolite incredibile, oggetto di culto ed ammirazione, era citato sempre come uno degli album migliori di sempre. Abituato alla mia semplicità non ho quasi mai osato avvicinarmi a Lateralus, se non approfondendolo bene anni dopo. È dunque ora di prendere in mano questo album colossale.

Lateralus compie oggi 20 anni. Parliamone. 

78 minuti e 51 secondi, 56 secondi, 52 secondi, Spotify segna un'ora e sedici minuti. Nessuno riesce a mettersi d'accordo sulla lunghezza di Lateralus. Tempi da lungometraggio, ma ancora più incredibili se si pensa che un normale CD contiene, se proprio lo si vuole fare scoppiare, 79 minuti di musica. E i Tool li hanno riempiti (quasi) tutti con alcune delle canzoni più ricche e complesse della loro carriera. 

Proprio questa dimensione complessa, con giri intricatissimi e cambi di tempo é il motivo per cui non sono riuscito ad approcciare e apprezzare Lateralus immediatamente. Un album con intermezzi dopo quasi ogni pezzo? Per il me quattordicenne abituato all'immediatezza di un Ace Of Spades una cosa del genere era quasi impensabile. Infatti saltavo costantemente gli intermezzi, un errore che, ripensandoci, ha tolto molto dalla mia esperienza giovanile nella scoperta di Lateralus. Sebbene l'album sia molto coeso, prediligendo un ascolto dall'inizio alla fine, ho sempre avuto i miei momenti preferiti, a partire dalla title track. 

É stato proprio "Lateralus" il mio primo pezzo dei Tool e quello che mi ha fatto capire che questo gruppo potesse essere qualcosa di più. Certo, all'epoca ascoltavo solo i primi 3 minuti, il crescendo dell'intro e il bellissimo giro di Adam Jones e poi skippavo il resto, ma era già qualcosa. Ora ho l'esperienza e la maturità per perdermi nelle trame musicali, la complessità del gruppo, la cacchio di sequenza di Fibonacci nelle lyrics. si si, tutto bellissimo con le cose matematiche, ma quello di cui non parla nessuno é l'utilità di ''Lateralus'' nel comprendere la divisione in sillabe della lingua inglese, argomento complicato e molto irregolare. Basta guardare i primi versi della canzone. 

Black/ then/ white/ are/ 

all/ I/ see/in/my/in/fan/cy

red/and/yel/low/then/came/to/be

reach/ing/out/to/me

lets/me/see

Mamma quanti monosillabi. Ma comunque fa intuire come la sillabazione inglese non segua l'ordine più fonetico dell'italiano ma la regola del ''se può stare per conto suo come parola, è una sillaba. Altrimenti si guarda il dizionario''. E vogliamo parlare di come il brano esploda nel finale? Gli ultimi tre minuti di ''Lateralus'' sono semplicemente perfetti, un concatenarsi di stili che varia dal Prog Metal, alla psichedelia, fino a certe sferzate di semplicità dove a farla da padrona sono la chitarra di Adam Jones e le percussioni di Danny Carey. Impossibile non citare il lavoro del basso di Justin Chancellor, colonna portante di quella ''Schism'' che è forse il brano più celebre dei Tool. Proprio ''Schism'' e ''The Grudge'' sono stati i due pezzi che hanno caratterizzato il mio secondo approccio ai Tool quando avevo circa 16 anni, periodo nel quale avevo scoperto anche Undertow e 10.000 Days, innamorandomi di ''Vicarious''. Anche questi pezzi sono un viaggio nell'introspettività e in una furia sonora che rende i Tool quasi inclassificabili all'interno della loro scena. L'intero finale di ''The Grudge'' è un esempio perfetto di questo, ''Let go'' urla Maynard James Keenan, e loro si lasciano andare. 

Ci sarebbe molto altro di cui parlare, tipo la dominanza nel cantato di ''Ticks and Leeches'', che in certi passaggi richiama a sé l'influenza degli A Perfect Circle, o il trittico ''Disposition/Reflection/Triad'', 21 minuti di godimento Prog che richiedono pazienza e concentrazione. Marco Palatella sarà sicuramente più dettagliato di me su queste cose. 

Quello che posso aggiungere è la mia opinione sugli intermezzi, forse l'unica mezza delusione di Lateralus. Sono molto interessanti in quanto esperimenti sonici che si ricollegano all'ampiezza sonora di Lateralus, soprattutto in contrapposizione agli album precedenti (tipo ''Mantra'', una registrazione distorta del gatto di Keenan) e fungono da introduzione molto efficace ai pezzi più corposi, almeno nella prima metà dell'album. Ma con questa complessità ed evoluzione si è perso molto dello spirito più ironico dei Tool: Ænima è forse il mio album preferito della band, e personalmente mi mancano quegli ''easter egg'' tipici di intermezzi come ''Useful Idiot'' o ''Die Eier Von Satan''. Ma in 5 anni sono cambiate molte cose per i membri dei Tool, passando per progetti come gli A Perfet Circle fino a collaborazioni dei singoli membri con i Melvins o Jello Biafra dei Dead Kennedys. Questa complessità è il risultato di un processo di maturazione ed evoluzione stilistica perfettamente in linea con il percorso della band, che si prende sul serio senza annoiare l'ascoltatore. 

Ne è un esempio evidente quel dittico che corrisponde alla metà precisa del disco e che forse è il mio pezzo preferito dei Tool: ''Parabol/Parabola''.

''Parabol'' sono tre minuti di piena costruzione delle fondamenta, un preludio Ambient dove è Maynard James Keenan a farla da padrona. Quando la calma è completamente squarciata dal riff di Adam Jones comincia ''Parabola'', domina la sezione strumentale e a me viene sempre la pelle d'oca.

Prog, psichedelia, Metal ed esplorazione di ciò che è possibile fare con il concetto di suono. E un video che è un assoluto trip di stop-motion, live action e computer grafica. ''Parabol/Parabola'' sono tutto quello che rappresenta i Tool e sono l'apice di uno degli album più maestosi e celebrati del decennio '00.

Con un po'di ritardo rispetto ai miei amici, che nel frattempo avevano scoperto l'Indie italiano e navigavano verso altri lidi, ma ci sono arrivato anche io.

Brani consigliati: ''Lateralus'', ''Parabol/Parabola'', ''Schism'', ''The Grudge''

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di Marco Palatella


Inizio la mia recensione con una piccola nota personale, affermando che parlare di questo disco è per me un onore e un onere non indifferente, perché i Tool, e Lateralus in particolare, hanno occupato e occupano ancora una posizione molto importante nella mia crescita musicale e avranno sempre un posto nel mio cuore, per cui mi sento addosso un’enorme responsabilità nel cercare di far capire perché questa band e questo disco siano così speciali per me, ma sono contentissimo di farlo.

Non è assolutamente facile discutere di un gruppo così eclettico e in continua evoluzione come i Tool, proprio perché la loro caratteristica principale è quella di essere talmente camaleontici da non essere inquadrabili in un unico genere: la loro commistione di grunge, alternative metal e progressive (elementi che spiccano in maniera diversa a seconda del periodo) ha fatto sì che la band sviluppasse uno stile estremamente personale e facilmente riconoscibile, tanto da oltrepassare la sfera del metal e toccare addirittura gli ambienti più mainstream, nonostante non risultino particolarmente digeribili a un orecchio non abituato.

Come è difficile parlare dei Tool in generale, altrettanto lo è parlare di quello che forse è il loro disco più importante ed iconico: Lateralus. L’album esce nel 2001, dopo 5 anni dall’uscita di Aenima (i Tool non ci hanno mai abituato a tempi brevi per i loro lavori…), un disco che già di per sé era ottimo e aveva livelli di qualità, originalità e songwriting decisamente alti per l’epoca, ma che incredibilmente è riuscito a passare in secondo piano di fronte al nuovo arrivato, ed il perché è presto detto.

Lateralus segna un forte distacco con il resto della discografia dei Tool, più netto di quanto accaduto tra Undertow e Aenima: con questo disco il gruppo decide di abbandonare in parte la sua natura più grunge e alternative e di concentrarsi maggiormente sui suoi elementi progressive (già massicciamente presenti in Aenima, meno in Undertow), senza però stravolgere troppo il suo stile, già allora inconfondibile. Il risultato è un album dalla produzione decisamente più pulita e curata, e un songwriting che appare studiato in ogni minimo dettaglio; caratteristica, questa, che fa apparire Lateralus più “filtrato” e meno immediato rispetto al disco precedente, anche nei suoi momenti più energici (come ad esempio Ticks & Leeches), ma che allo stesso tempo lo rende più riflessivo ed introspettivo.

La tecnica compositiva ed esecutiva raggiunge qui picchi mai visti prima, con frequenti cambi di tempo all’interno dei brani (si pensi che Schism è uno dei brani con più cambi di tempo mai composti), uso intensivo di poliritmie (come nella parte finale della title track), e accorgimenti quasi maniacali nella scrittura di alcune parti (come dimostra l’ormai celeberrima successione di Fibonacci nelle sillabe della strofa della title track).

Mi ricollego a ciò che ho detto in precedenza per evidenziare quello che secondo me è uno dei punti più forti di Lateralus: il fatto che venga accentuato maggiormente il lato più introspettivo e riflessivo dei Tool, sia nei testi sia nelle strumentali, fa sì che questo disco sia permeato da un’aura di misticismo e di magia che dura sin dalle note iniziali di The Grudge; magia e misticismo che culminano spesso in momenti dall’intensità emotiva e spirituale altissima, con fraseggi celestiali coronati da stralci di testo incredibilmente efficaci nella loro semplicità, cantati dalla particolarissima voce di Maynard James Keenan, ora delicata, ora struggente, ora rabbiosa. Possiamo trovare qualche esempio di questa emotività così intensa nella parte finale di Schism (“cold silence has a tendency to atrophy any sense of compassion between supposed lovers”), in Parabol/Parabola, in Disposition (dove viene ripetuta più volte con voce quasi sussurrata la frase “watch the weather change”), in The Grudge (nella ripetizione urlata di “let go”), e in Reflection.

In tutto questo tripudio di spiccata spiritualità, la conclusione dell’album arriva brusca, prima con Triad e poi con Faaip De Oiad, traccia rumoristica che sembra quasi risvegliarci da un sogno e riportarci alla vita normale: una fine senza dubbio inaspettata, ma efficace.

Un approfondimento speciale merita la tecnica sopraffina, già menzionata in precedenza, con cui questo disco è stato eseguito e composto: il suono metallico ma allo stesso tempo delicato del basso di Justin Chancellor si sposa alla perfezione con le partiture di chitarra di Adam Jones, che ora si fanno più curate dal punto di vista ritmico e più precise dal punto di vista esecutivo e stilistico. Il tutto è coronato dal drumming magistrale di Danny Carey e dalla voce molto versatile di Maynard James Keenan, forse gli strumenti che contribuiscono maggiormente a creare quell’atmosfera mistica di cui prima.

Concludendo, personalmente ho amato pochi album così tanto come ho amato Lateralus: non è un caso che io (e sono sicuro di non essere l’unico) l’abbia sempre visto come un bellissimo viaggio mentale, da godersi ad occhi chiusi, lasciandosi trasportare dalle note che si susseguono in una maniera estremamente fluida e scorrevole, senza mai stancare, anzi cullando e guidando l’ascoltatore verso le parti più incognite del suo io. Sono ormai anni che lo conosco praticamente a memoria, e l’ho sempre trovato un ascolto non facile, ma senza dubbio rigenerante, e il fatto che i Tool siano riusciti a donarci questo capolavoro non mi rende che fiero di festeggiarne i suoi 20 anni con grande gratitudine.

Brani consigliati: l'album è consigliato integralmente.



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Marco Palatella (1999) torna come nostro consulente per la sfera Rock e Metal. Studente di lingue all'università di Padova,
 Marco è anche chitarrista nel gruppo Post Hardcore Vremja. Per sostenerli potete seguirli su Facebook e Instagram oppure ascoltare il loro EP omonimo, Vremja, su Spotify e Bandcamp. Fidatevi, è un ascolto caldamente consigliato.

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